domenica 18 novembre 2012

Quando l'archivista diventa un narratore

   Nell'immaginario comune, la figura dell’archivista corrisponde per lo più a quella di un grigio burocrate che si aggira come un’ombra in mezzo a scaffali polverosi intento a riordinare pile di documenti lisi che, molto probabilmente, non interessano a nessuno. Non regge assolutamente il confronto con le mirabolanti avventure in paesi esotici che possono capitare a un archeologo, per citare una delle tante categorie che ricorre all’assistenza degli archivisti con una certa frequenza. E l’archivio stesso non è nient’altro che il deposito (magari ubicato in un elegante palazzo del centro storico, ma pur sempre un deposito) dove i documenti, o meglio le scartoffie, vengono ammassate in ordine sparso o comunque decifrabile solo dagli archivisti. 
  Eppure, fra le migliaia di carte raccolte in fascicoli, ordinate secondo criteri logici e conservate presso gli Archivi di Stato è possibile rintracciare una mole sconfinata di quelle che si suole definire “storie di vita vissuta”. Certo, per trovarle bisogna sapersi muovere con disinvoltura fra atti notarili, disposizioni di antiche autorità cittadine, verbali di questure, registri di tribunali e di istituti soppressi, referti medici… e ciò, senza alcun dubbio, rimane prerogativa di una ristretta cerchia di studiosi e professionisti. Di questo problema è ben consapevole l’équipe di archivisti lombardi che ha ideato I documenti raccontano, un interessante iniziativa sostenuta da alcune istituzioni regionali[1] che tenta di ridurre la distanza fra gli archivi e la società civile.  Unendo il rigore della ricerca storica basata sul vaglio critico delle fonti alle tecniche affabulatorie della narrazione, i promotori (e chiunque sia intenzionato a contribuire) vanno alla ricerca di episodi di vita del passato, con una predilezione per le vicende legate alla devianza e all’emarginazione, allestiscono accurati dossier con la documentazione reperita nei vari fondi archivistici e ne traggono racconti di piacevole lettura, al fine di trovare diffusione presso il più vasto numero di lettori possibile. Infatti, i racconti più significativi trovano uno sbocco editoriale essendo pubblicati dall’editore Franco Angeli in una collana realizzata ad hoc. Per ottenere un coinvolgimento maggiore dei non addetti ai lavori, inoltre, sono periodicamente organizzati, presso scuole e biblioteche, laboratori didattici in cui, sotto la guida di archivisti esperti, vengono insegnati i rudimenti della ricerca e del racconto a sfondo storico e altre analoghe attività.  
   Il progetto, che è indubbiamente ambizioso e si propone di operare sia in ambito locale che regionale, trova nel web un valido vettore per diffondere le proprie molteplici attività anche se per il momento non si può dire che ne sfrutti appieno le potenzialità. È pur vero che nelle intenzioni dei coordinatori il sito è solo una delle modalità per partecipare al progetto, svolgendo una funzione di cassa di risonanza per altre attività. Tuttavia, poiché in questo blog ci occupiamo prevalentemente di come si possa fare divulgazione storica usufruendo dei nuovi media non possiamo esimerci dal muovere alcune critiche. Ad esempio, se nella sezione Storie dagli archivi è possibile scaricare le copie integrali dei documenti utilizzati per comporre i dossier (e questa risorsa è indubbiamente molto utile anche per ulteriori ricerche) nella sezione Racconti sono indicizzati appena quattro racconti di cui per altro, ad eccezione di un singolo caso, si può leggere solo un breve abstract. A destare le perplessità maggiori è però la sezione Regole e strumenti, dove vi è soltanto la presentazione dei vari contenuti che presumibilmente si dovrebbe poter scaricare ma non vi è alcun link che permetta di farlo.
  In ultima analisi, è difficile comprendere tale sottovalutazione dei vantaggi che il mezzo informatico potrebbe portare. Molto probabilmente gli ideatori si saranno posti il problema e avranno consapevolmente ritenuto opportuno, per il momento, privilegiare modalità di comunicazione più tradizionali. Scelta lecita anche se non totalmente condivisibile, rimane però il fatto che l’incuria di alcune sezioni rischia di gettare una luce negativa sull’intero progetto che costituisce invece un ottimo esempio di come fare divulgazione storica valorizzando la conoscenza e la critica delle fonti. E, soprattutto, come è scritto ironicamente nel Decalogo dell’archivista narratore: “Dimostra, contro l’opinione corrente, che anche gli archivisti hanno un’anima”.


[1] Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno degli Archivi Storici Lodi e Mantova, della Biblioteca Giuliani di Monza, dell’Archivio Storico dell’ASP Martinitt Stelline e Pio Albergo Trivulzio di Milano, della Direzione  Generale “Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, della Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori e della Fondazione CARIPLO che ha contribuito al finanziamento.

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